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Il campo di concentramento di Manfredonia

Gen 26th, 2013 Postato in Memoria, Storie | Commenti disabilitati su Il campo di concentramento di Manfredonia

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Articolo e foto di Matteo di Manfredonia Ricordi

 

Il campo di internamento di Manfredonia venne allestito, tra il giugno 1940 e il settembre 1943, nei locali del Macello Comunale della città. È uno dei numerosi campi di internamento civile istituiti dal governo fascista al momento dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale.
La Storia
Il campo di internamento di Manfredonia fu aperto il 16 giugno 1940. La struttura del nuovo Macello comunale, all’imbocco della strada per Siponto, era appena stata completata e con alcune modifiche si mostrò bene adatta agli scopi prefissi, dietro corresponsione al Comune di un canone di affitto. Furono ricavate delle camere, attrezzati i bagni e le cucine, scavate le fognature, ed eretta una recinzione.
Nella piantina topografica del campo c’è la dicitura “Forno Crematorio” che indica un vano della struttura, per fortuna questo forno qui non ha mai funzionato, sicuramente era gia presente nel progetto del mattatoio visto che ne facevano uso.
Come negli altri campi simili, la direzione era affidata ad un Commissario di Pubblica Sicurezza (fino al 15 giugno 1943 Guido Celentano, quindi Rosario Stabile), mentre la sorveglianza esterna era responsabilità dei carabinieri. I posti letto erano circa 300.
Nonostante che la presenza di oppositori politici sottoponesse il campo a regole particolarmente rigorose, le condizioni di vita rimasero accettabili. L’edificio era nuovo, in buone condizioni. La pulizia e la cucina erano autogestite. Gli internati avevano libertà di movimento all’interno dell’ampio complesso (di oltre 4300 metri quadrati), potevano ricevere visite (di parenti ma anche il 20 maggio 1941 del nunzio apostolico di Napoli, Borgongini Duca), scrivere e ricevere lettere (pur sottoposte a censura). Ricevevano un piccolo sussidio in denaro ed ebbero anche occasioni di lavoro esterno. Non potevano leggere libri e giornali e giocare a carte, se non su autorizzazione. Si poteva coltivare verdura nell’orto e giocare a bocce Un cappellano diceva messa alla domenica e per le feste principali. Solo la notte camere e finestre erano chiuse con lucchetti.
Nel campo passarono in tutto 519 persone, senza però che la struttura raggiungesse mai il limite di capienza. Gli internati erano in maggioranza stranieri di lingua tedesca o slavi (allogeni della Venezia Giulia) ed antifascisti. Forte e ben organizzata fu la presenza comunista nel campo guidata da Mauro Venegoni e Giulio Mazzocchi, anche il socialista Sandro Pertini futuro Presidente della Repubblica Italiana vi soggiornò per un periodo prima di essere trasferito al confino delle Tremiti.
La presenza di ebrei nel campo fu limitata all’arrivo il 1 luglio 1940 di un gruppo di 31 ebrei tedeschi, i quali per la maggior parte furono trasferiti, il 18 settembre dello stesso anno, al campo di internamento di Tossicia (Teramo). Solo 5 di essi rimasero nel campo di Manfredonia fino al febbraio 1942, quando furono inviati al campo di internamento di Campagna (Salerno).
Con l’8 settembre 1943 il campo si dissolse e con l’arrivo dell’esercito alleato nei giorni successivi gli internati riacquistarono la loro libertà.
I nomi degli ebrei nel campo di Manfredonia
Questo è l’elenco completo dei 31 ebrei che furono presenti a Manfredonia: alcuni di essi risultano periti nei campi di sterminio[
• Pressburger Alfred di Leopold (deportato ad Auschwitz, deceduto in luogo ignoto dopo il 14 aprile 1944)
• Rector Arthur fu Simon (ucciso ad Auschwitz il 6 agosto 1944)
• Scharf Iakob di Jonas
• Winkler Ugo Israele di Iulius
• Zeilinger Leopold fu Gustavo
• Morgestern Hans di Mauritz
• Moser Louis fu Heinric
• Kollmann Carl di Sigfrid
• Kerbes Lemel fu Wilhelm (ucciso ad Auschwitz il 23 maggio 1944)
• Hutzler Ludwig fu Leopold
• Gluecksmann Eugen fu Antonio (deportato ad Auschwitz, deceduto in luogo ignoto dopo il 18 gennaio 1945)
• Heinz Paul di Leopold
• Leer Oskar di Franz
• Mandel David fu Leiser
• Mausner Iakob fu Leiser
• Josesfsberg Iakob fu Zaibel
• Kollmann Hans di Sigfrid
• Schwarz Iulius fu Samuel
• Tsch Oskar fu Albert
• Aussenberg Chaskel fu Kaim (ucciso ad Auschwitz il 23 maggio 1944)
• Lueksmann Ferdinand fu Filippo
• Zilberstein Markta fu Habraham
• Sommerfeld Leo fu Max (deportato ad Auschwitz, deceduto in luogo ignoto in data ignota)
• Koldegg Erwin fu Max
• Samek Arthur di Adolfo
• Halperin Benjamin di Giuseppe
• Lawetzky Franz di Adolfo
• Nussbaum Ernest Ludwig di Josef (ucciso ad Auschwitz il 23 maggio 1944)
• Roth Leon di Wolf
• Schwarzwald Norbert di Isacco
• Wollner Sieghard di Max

Ricordare per non sbagliare più.

Gen 26th, 2013 Postato in Memoria | Commenti disabilitati su Ricordare per non sbagliare più.

g_c3f9a84961C’è, in Italia, una Legge formata da due soli articoli, che purtroppo pochi conoscono: La Legge 20 luglio 2000, n. 211, intitolata: “Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.

L’articolo 1 del testo solennemente declama:

“ La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

E’ una norma di alto valore morale che istituisce anche nel nostro Paese il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebreo, celebrato anche da molte altre nazioni e fatto proprio dall’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005.

In questo giorno si commemorano dunque le vittime del nazismo, dell’Olocausto e di quanti, rischiando in prima persona la vita, protessero e, in alcuni casi, salvarono quella dei prigionieri.

La scelta sul 27 gennaio, per la commemorazione della Shoah, è stata fatta perché rappresenta il giorno in cui le truppe sovietiche entrarono nel campo simbolo dell’olocausto: Auschwitz, e liberarono i pochi prigionieri rimasti. C’è da dire che, in realtà, già alcune settimane prima erano stati raggiunti altri campi di prigionia ma essendo luoghi di sterminio ( non di concentramento) i prigionieri venivano immediatamente uccisi e cremati, per cui si trovò molto poco che potesse provare l’olocausto compiuto. Invece ad Auschwitz i primi soldati che entrarono si trovarono di fronte a decine di prigionieri ( i pochi superstiti rimasti) e davanti all’orrore che la furia tedesca, nei convulsi momenti della precipitosa fuga, non fece in tempo a distruggere: orrori che vennero poi mostrati a tutto il mondo, ad imperituro monito di quello che la follia umana può produrre.

La storia ci dirà in seguito, che non solo gli ebrei vennero “giustiziati” nelle camere a gas, ma anche tutti coloro che non rientravano negli “schemi” della “Razza perfetta” vagheggiata da Hitler. Così vennero deportati: prigionieri comuni e politici, perseguitati per diverse ragioni, gay, religiosi, testimoni di Geova, persone invalide e non più utili alla società e tutti vennero “marchiati” e “segnati” secondo la categoria di appartenenza.

Domani in tante Nazioni si terranno numerose celebrazioni per ricordare quei tragici eventi. Ed è importante che ciò avvenga perché il filo della memoria che, come mi piace dire, lega il passato al futuro, resti saldamente legato. E questo filo è rappresentato dalle generazioni arrivate subito dopo gli eventi di cui discorriamo e quelle più giovani, sino ai bambini di oggi. Milioni di persone che non conoscono o, in modo parziale ed a volte, per colpa anche di revisionismi storici che di tanto in tanto cercano di “riscrivere” quello che è impossibile riscrivere, la storia recente che ha visto coinvolti milioni di essere umani: dai bambini agli anziani, tutti, senza alcuna distinzione o pietà, trasportati, dopo essere stati ghettizzati e prelevati dalle proprie case, come bestie, anzi peggio, nei campi dove li avrebbe colti la morte per stenti o per mano dell’uomo ( se di uomo si può parlare).E i viaggi, che duravano anche settimane, nei carri bestiame, già decimavano i prigionieri. Ebbene, questo filo non può e non deve essere reciso. La giornata della memoria del 27 gennaio è senz’altro un momento fondamentale a questo fine ma, non deve né può essere l’unico. Le scuole e la società civile devono farsi carico di inserire stabilmente nel ciclo degli studi e, se possibile, attraverso la istituzioni di mostre, musei ed esposizioni, questi argomenti. I momenti di riflessione e studio vanno moltiplicati soprattutto per un motivo molto evidente e che, forse, ai più sfugge. Tra pochi anni i sopravvissuti alle tragedie della guerra ( che voglio ricordare non fu solo l’olocausto, pur se questo fui il più tragico, ma anche le migliaia di civili caduti sotto le bombe e Foggia ne è una tragica testimonianza), non ci saranno più, con loro andranno inesorabilmente perdute tute le memorie e i ricordi “diretti”. E’ allora necessario, che si provveda a raccogliere e canalizzare questi ricordi. Quando parlo con gli anziani reduci o ex prigionieri di guerra, vedo e leggo nei loro occhi una grande voglia di essere ascoltati e di poter raccontare. Se ciascuno di noi, nelle nostre case dove c’è una persona anziana, che è sopravvissuta alla guerra, raccogliesse la sua testimonianza, ne avremmo migliaia e potremmo raccoglierle e conservarle in uno scrigno, come si conservano i beni più preziosi.

Quale eredità morale e culturale più importante di questa potremmo trasmettere ai nostri figli? Perpetuare il ricordo, dunque, nel giorno della memoria e in tutte le occasioni nelle quali ciò deve essere possibile, non è fine a se stesso, ma deve servire come monito, alle future generazioni, affinché gli errori e le follie del passato non abbiano a ripetersi.

Dr Salvatore AIEZZA ( Docente università del Crocese- Foggia)

Gli scugnizzi foggiani ritrovarono Jerry, mascotte dell’esercito Usa

Gen 21st, 2013 Postato in Documenti, Storie | Commenti disabilitati su Gli scugnizzi foggiani ritrovarono Jerry, mascotte dell’esercito Usa

Articolo de 'La Gazzetta del Mezzogiorno' del 20/01/2013

Articolo de ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’ del 20/01/2013

Sono passati ormai già 70 anni da quel fatidico 1943, anno in cui la città di Foggia, nel corso della seconda guerra mondiale, dopo essere stata quasi completamente rasa al suolo a causa di numerosi e pesantissimi bombardamenti aerei fu occupata dalle truppe degli eserciti alleati.

Alcune avanguardie dell’ottava armata inglese entrarono in città il 27 settembre del 1943, l’occupazione fu poi terminata il giorno successivo.

Le truppe alleate realizzarono immediatamente numerosi aeroporti, che fecero affluire a Foggia molte truppe americane, soprattutto aviatori, che stazionarono in Capitanata per alcuni anni:

La stessa provincia di Foggia, per qualche anno, non fu annessa al territorio dello stato italiano, ma retta da un governatorato interalleato, l’AMGOT.

La presenza di numerosi militari, soprattutto americani, influì in parte anche sulla vita sociale della città, furono aperti cinema e teatri in lingua inglese, ritrovi e club esclusivi per le truppe alleate, una radio e venne anche stampato a Foggia un giornale in lingua inglese che si chiamò: “Foggia Occupator”; testata distribuita gratuitamente e che già nel suo titolo traduce la realtà storica di quegli anni.

Pochissime copie di questa singolare testata giornalistica che riportava anche fatti di cronaca avvenuti nella città di Foggia, ma soprattutto ci parla dell’attività delle truppe di occupazione alleate, si sono salvate dalla distruzione e si conservano ancora presso gli archivi e le biblioteche locali.

Da una di queste copie, pubblicata nel 1945, abbiamo ricavato una curiosa notizia, la storia di Jerry, un simpatico cagnolino di piccola taglia, di colore bianco, forse un bastardino di barboncino, che era una mascotte dell’esercito U.S.A.

Il suo proprietario, il sergente Ray Thorsfelt, disperato per aver smarrito il piccolo Jerry, aveva fatto pubblicare sul giornale “Foggia Occupator” una foto del cagnolino, oltre a far affliggerne altre per la città, promettendo anche una lauta ricompensa per chi lo avesse ritrovato.

In particolare, i soldati americani avevano distribuito alcune foto del piccolo cane tra i ragazzi che affamati si aggiravano presso di loro per chiedere cibo e sigarette.

Passata circa una settimana dal giorno della pubblicazione sul giornale “Foggia Occupator” della foto della mascotte, un martedì pomeriggio, finalmente, si presentarono alla sede della radio americana con il piccolo Jerry due poveri e sporchi ragazzi, così sono indicati nell’articolo di “Foggia Occupator”.

Chiamato il proprietario della mascotte, il sergente Ray Thorsfelt, questi riconobbe subito il suo piccolo cane.

I due poveri scugnizzi furono ricompensati con gomme da masticare, canditi ed un cartone intero di sigarette, frutto di una raccolta spontanea fatta dai militari colleghi del sergente; sigarette che poi poterono contrabbandare con cibi per le loro povere famiglie, mentre il piccolo Jerry, forse con un po’ di nostalgia per gli scugnizzi foggiani, tornò poi in America con il suo padrone.

Carmine e Leo

1943/2013. Per non dimenticare: Le ragioni di una tragedia e la memoria del ricordo.

Gen 19th, 2013 Postato in Iniziative, Memoria | Commenti disabilitati su 1943/2013. Per non dimenticare: Le ragioni di una tragedia e la memoria del ricordo.

549713_431323440247515_692185569_nRicorre quest’anno il 70^ anniversario della tragica estate dei bombardamenti sulla nostra città: L’estate del 43^, che lutti e devastazioni, ciecamente, sparse su Foggia, colpendo soldati e civili , vecchi e bambini, donne, invalidi, lavoratori, tutti allo stesso modo, indifesi e inermi contro la soverchiante forza del nemico/amico, che dal cielo, quasi come fosse un semplice “gioco di guerra”, si abbattè sulla nostra città. Da maggio a settembre, sin dopo l’armistizio, questa furia ; questo vento di morte e distruzione, portò via con se la vita di quasi 20000 foggiani e oltre il 70% dei suoi beni materiali ( case, uffici, chiese, scuole, industrie). A questa, di tragedia, se ne accompagnò un’altra, in una spirale che sembrava non avesse fine: quella degli sfollati; coloro cioè che, pur avendo salva la vita, avevano perso tutto e furono costretti a lasciare i corpi ancora caldi dei loro congiunti morti o dispersi sotto le macerie e le loro case, meglio, quel che ne rimaneva, per avventurarsi in Paesi e luoghi che li avrebbero accolti e ospitati. Come i profughi che vediamo oggi incolonnati, fuggire dalle guerre che insanguinano tanti luoghi nel mondo, così immaginiamo le colonne di nostri concittadini, persi tra la paura e l’angoscia, calcare i tratturi e le poche strade asfaltate che collegavano Foggia alla provincia; e l’assalto ai treni, che partivano dall’Incoronata e Cervaro perché la nostra stazione era distrutta. E dopo la guerra, il periodo di “convivenza”, anche , per molti aspetti forzata, con gli alleati, nuovi “occupator” del territorio italiano e l’avvio della ricostruzione e della rinascita. I primi “capitoli” di una nuova Foggia che , dalle ceneri della guerra, cercava di risorgere grazie al grande spirito di sacrificio e solidarietà che, nei momenti cruciali della nostra storia, non è mai mancato tra i cittadini foggiani.

Sono, quelli sopra elencati, molti, ma non tutti, degli aspetti che meriterebbero di essere approfonditi e che dovrebbero, in questo 70^ anniversario, essere celebrati come si conviene: coinvolgendo scuole, istituzioni, movimenti civile e tutta la cittadinanza. Si avverte, da più parti, l’esigenza di “riappropriarsi” di un evento che ha stravolto per sempre il volto della città; così come è palpabile, nei discorsi che si fanno con gli anziani ed i, pochi, reduci rimasti di quei giorni, la voglia di raccontare e parlare; perchè non è vero che gli anziani hanno voglia di dimenticare. Verò è, piuttosto, essere mancata, i questi anni, qualsiasi attività di coinvolgimento degli anziani e della popolazione, in genere, in progetti che avessero quale obiettivo la “rivalutazione” storica, attraverso le “fonti” originali: cioè coloro che hanno vissuto sulla propria pelle l’infausta stagione. Prova di ciò ne sia il fatto che, per esempio, ad ogni uscita pubblica del Comitato costituitosi lo scorso anno, per la raccolta di fondi al fine di realizzare un monumento alle vittime dei bombardamenti del 43, si è sempre registrata la presenza di tante persone, molti , specie giovani, quasi all’oscuro dei fatti che avvennero nella loro terra durante l’estate del 43, oppure che avevano degli stessi una visione parziale o distorta. Numerosi anziani che, volontariamente, hanno iniziato a raccontare le loro storie e mostrare foto e “carte” oramai ingiallite, che chissà per quanto tempo avevano tenuto custodite, oramai dimenticate, nei portafogli: quelli di una volta, con tanti scomparti ove si riponevano, oltre ai documenti, i ricordi più cari. Anche l’università di studi e tradizioni locali del Crocese, che ha dedicato poche settimane fa, un ciclo di seminari all’argomento, ha potuto contare sulla partecipazione di numerosi anziani tra cui molti “crocesi”, che sono intervenuti sull’argomento raccontando le loro storie. Episodi e fatti, spesso inediti e dei quali si sconosceva il loro essersi verificati. Ma anche nel corso degli eventi che vengono organizzati nei comuni della provincia, o nel corso della presentazioni di libri specifici su questo argomento, si nota una partecipazione numerosa ed interessata di pubblico ed, anzi, dobbiamo dire, con grande soddisfazione, che è in crescita il numero di libri, specie quelli che rappresentano le “pietre miliari” in materia, acquistati da foggiani e non solo. La stessa stampa e i media oramai non parlano più dell’estate del 43 solo in occasione del 22 luglio (uno dei giorni tra i più tragici), ma sempre mettono in evidenza le notizie e le iniziative intraprese. Infine, dobbiamo dare atto, che anche grazie alla diffusione dei networks e delle varie piattaforme sociali, oggi molte più persone sono in grado di conoscere, interloquire e partecipare al dibattito sulle vicende che interessarono la loro città.

Sono questi, tutti aspetti che vanno tenuti in considerazione e fare, oramai, propendere, per l’apertura, al più presto, di un museo dedicato agli eventi di cui discorriamo. Tanti foggiani, studiosi , scrittori e giornalisti, nel passato anche recente, hanno richiamato l’attenzione di chi di competenza su questa prospettiva. E se non può essere, almeno all’inizio, un museo, per le ovvie difficoltà di un suo rapido divenire, che sia, quanto meno, organizzata un’esposizione permanente di documenti, cimeli, foto, video, modellismo. Anche in questo caso ci sono oramai abbastanza “segni” che dovrebbero far comprendere che è avvertita tra la gente, la voglia di conoscere e sapere. Basti pensare alle mostre tematiche ( per es. modellismo e aerei d’epoca, materiale armamentario e militare) oppure quelle più generiche che si sono svolte lo scorso anno, a volte solo per uno o due giorni, durante le celebrazioni del 69^ anniversario. Tutte hanno avuto gran seguito.

Sappiamo anche che l’amministrazione Comunale, pur tra le tante difficoltà, ha mostrato interesse allo sviluppo di queste tematiche ribadendo, in occasione di un incontro con i componenti del Comitato sopraccitato e durante la celebrazione , in Piazza Italia, del 22 luglio 2012, la propria disponibilità ad individuare un percorso comune per realizzare un monumento alle vittime dei bombardamenti, ma anche di impegnarsi per reperire la sede idonea per ospitare un museo e diffondere nelle scuole la conoscenza di questa parte importante della storia foggiana.

Ora, però, il 70^ anniversario incalza; è giunto il momento di unire gli sforzi, le conoscenze, le esperienze e i programmi, verso un’unica “mission” che è quella di celebrare, come si conviene, quei tragici avvenimenti. Il monumento ai caduti dei bombardamenti; Il museo; l’esposizione; le conferenze e quant’altro, devono divenire realtà in questo anno. Ce lo chiedono i 20000 morti innocenti; gli anziani, pochi, rimasti a ricordarci quegli eventi e verso i quali abbiamo un grande debito morale. Ce lo chiedono i nostri figli e nipoti che non vogliono, non devono e non possono dimenticare quanto accaduto ai loro nonni. Ce lo chiede quel sottile filo che,da sempre, lega il passato al futuro e che deve essere rafforzato e non deve rischiare assolutamente di essere reciso.

A cura del Presidente e i componenti del “Comitato per la realizzazione del monumento alle vittime dei bombardamenti del l’estate del 43”

I borghi del fascismo

Gen 18th, 2013 Postato in Memoria | Commenti disabilitati su I borghi del fascismo
Petrucci, posa della prima pietra al consorzio di Bonifica

Petrucci, posa della prima pietra al consorzio di Bonifica

Nell’arco di tempo compreso tra il 1928 e il 1940, l’architetto Petrucci partecipa a numerosi concorsi per piani urbanistici, elabora progetti, redige piani regolatori, progetta città nuove. Nel 1932 realizza a Foggia l’Opera San Michele Arcangelo (progetto esposto alla Triennale di Milano) e successivamente la sede del Consorzio di Bonifica (Opera Nazionale Combattenti), provvede alla sistemazione dell’Arco di Federico II e di piazza Nigri; a San Severo progetta la Casa G.I.L. (due progetti per un’opera mai realizzata), per il Comune di Torremaggiore predispone un progetto di restauro e riutilizzo del castello a sede municipale.
È in questo periodo che redige (anche se non sempre attuati) piani regolatori a Foggia, Pisa, Bari, Cagliari, Castel Fusano, Verona, Chieti Scalo, Catanzaro, Lanciano, Sassari e, nel 1945, i progetti per la ricostruzione di Cassino e Fregene. Suoi i progetti per le città nuove di Aprilia (1936), Fertilia (1936-’37), Pomezia (1938-’40), per il Piano Generale d’Appoderamento del Tavoliere (1939-1941) e Segezia (1939-1942). In particolare Segezia, Incoronata e Daunilia, rappresentano i nuovi comuni rurali su cui é impostato – con i borghi di Giardinetto-Stazione di Troia, Arpi e Borgo Cervaro – il progetto di bonifica dell’Opera Nazionale Combattenti.

Lo stile di Petrucci nella realizzazione degli edifici pubblici e delle città nuove è chiaro: case e palazzi sono raggruppati attorno alla piazza che richiama l’agorà d’epoca classica.
Nonostante fosse sempre stato organico al Fascismo, la sua attività venne trattata con colpevole indifferenza dai più noti architetti razionalisti (non venne nemmeno inserito da Pica nella sua ponderosa ‘Architettura Moderna in Italia’, fondamentale testo pubblicato agli inizi degli anni Quaranta), così come il suo rapporto col grande Piacentini non fu dei migliori. Quelli con Araldo di Crollalanza, suo sodale politico, furono invece sempre proficui e si interruppero solo col rifiuto posto dall’architetto foggiano di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
Alla valorizzazione di Concezio Petrucci hanno contribuito gli scritti di Antonio Pennacchi sulle pagine della rivista‘Limes’, Gianfranco Piemontese con una monografia sull’Opera San Michele di Foggia (Edipuglia, 2002), primo studio organico su Petrucci a cui è seguito un recente volume pubblicato dalle edizioni Dedalo – ‘Vecchie Città/Città Nuove’ – firmato da Arturo Cucciolla con la collaborazione ancora dell’architetto e docente foggiano Gianfranco Piemontese.

da biblioteca.foggia.it

cervaro01Borgo Cervaro, borgata costruita sotto il fascismo, ospitò un comando nazista durante la seconda guerra mondiale, il transito di mezzi pesanti, carri armati, uomini ed attrezzature avvenne  attraversando il ponte di costruzione risalente al 1731 che recentemente, con il silenzio e l’assenza delle istituzioni è stato demolito. Se ne va un pezzo della nostra storia, senza che nessuno muova un dito, oltre che bellezza architettonica, patrimonio storico a testimonianza di quello che accadde durante il secondo conflitto mondiale.